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Cattivi maestri

Tutti gli scrittori sono infelici. L’immagine del mondo nei libri è dunque troppo buia. I senza-parola sono felici: donne in giardini di cottages.
(Virginia Wolf)
Non si conosce mai la storia prima che sia scritta. Prima che abbia subito la scomparsa delle circostanze che hanno fatto sì che l’autore l’abbia scritta. E soprattutto prima che abbia subito nel libro la mutilazione del suo passato, del suo corpo, del tuo volto, della tua voce, prima che divenga irrimediabile, fatale, intendo anche: prima che nel libro sia diventata esteriore, portata lontano, separata dal suo autore e per l’eternità a venire, per lui, persa
(Marguerite Duras)
Che fare con la paura di scrivere: perché paura? Paura di non farcela? Paura che il mondo, nelle cose che ci rifiuta, butti lì che stiamo sbagliando?
(Sylvia Plath)
I fogli bianchi sono la dismisura dell'anima e io su questo sapore agrodolce vorrò un giorno morire, perchè il foglio bianco è violento. Violento come una bandiera, una voragine di fuoco, e così io mi compongo, lettera su lettera all'infinito affinché uno mi legga ma nessuno impari nulla perchè la vita è sorso, e sorso di vita i fogli bianchi dismisura dell'anima
(Alda Merini)
Aver scritto qualcosa che ti lascia come un fucile sparato, ancora scosso e riarso, vuotato di tutto te stesso, dove non solo hai scaricato tutto quello che sai di te stesso, ma quello che sospetti e supponi, e i sussulti, i fantasmi, l’inconscio – averlo fatto con lunga fatica e tensione, con cautela di giorni e tremori e repentine scoperte e fallimenti e irrigidirsi di tutta la vita su quel punto – accorgersi che tutto questo è come nulla se un segno umano, una parola, una presenza non lo accoglie, lo scalda - e morir di freddo – parlare al deserto – essere solo notte e giorno come un morto
(Cesare Pavese)

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lunedì, 09 novembre 2009
Postato da biancabalena


File:Jose malhoa fado.jpg

Stanca di  abitare questa terra inventata, disconosciuta, ripudiata. Insabbiata tra due bandiere, arenata senza bandiera, niente inno nazionale o ricorrenze da celebrare, solo una lingua non ufficiale, una lingua privata, da inventare.
Stanca di incontri senza passaporto, nemmeno un visto di ingresso, nessun ingresso, noi stiamo.
Abitiamo questa terra di nessuno, prigionieri della nostra identità traballante, dei contorni slabbrati della nostra appartenenza, senza altro permesso di soggiorno che quello che abbiamo scritto a mano, sul retro di un biglietto di un treno mai preso.
Possiamo, certi giorni. Ci prendiamo il diritto di calpestare questo suolo sputato fuori dai confini, ci accosciamo ad accarezzarne l’erba e i fiori che nessuno ha seminato.
Altri invece è più forte la stanchezza, i vestiti fradici sotto la pioggia, e nemmeno una tettoia abusiva a ripararci. Né un mare da guardare, che il mare se lo sono spartito tutto e neanche una goccia, o uno scorcio schiumante, un fragore di ghiaia scagliata contro gli scogli, un profumo salato di alghe in decomposizione, di ricordi in cristallizzazione.
Stanca, di questa continentalità pesante di altri respiri che ci chiudono il passo, di temporali non nostri che stritolano le nostre nuvole di passaggio, di gas di scarico di altri sudori e tremori.
Stanca. E tu che nemmeno mi guardi, girandomi attorno.
Tu che ostinato cerchi il mare.
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giovedì, 05 novembre 2009
Postato da biancabalena



Non è il tetto che perde
Non sono nemmeno le zanzare che ronzano
Nella umida, misera cella.
Non è il rumore metallico della chiave
Mentre il secondino ti chiude dentro.
Non sono le meschine razioni
Insufficienti per uomo o bestia
Neanche il nulla del giorno
Che sprofonda nel vuoto della notte
Non è
Non è
Non è.
Sono le bugie che ti hanno martellato
Le orecchie per un'intera generazione
E' il poliziotto che corre all'impazzata in un raptus omicida
Mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
In cambio di un misero pasto al giorno.
Il magistrato che scrive sul suo libro
La punizione, lei lo sa, è ingiusta
La decrepitezza morale
L'inettitudine mentale
Che concede alla dittatura una falsa legittimazione
La vigliaccheria travestita da obbedienza
In agguato nelle nostre anime denigrate
È la paura di calzoni inumiditi
Non osiamo eliminare la nostra urina
E' questo
E' questo
E' questo
Amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
In una cupa prigione.
 

http://www.url.it/ambienti/libri/scrittori/saro.htm

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domenica, 01 novembre 2009
Postato da biancabalena




La morte mi è nemica
non mi viene a rapire
e pur con le mie dita
io tento di fuggire
da questa amara vita,
ma non vuole colpire
il mio cuore di foglia,
morte vuole tradire
questa tenera voglia
e morir fa l'insetto
e la gente gentile
ma a me che son reietta
non mi viene a colpire.



 Alda Merini
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lunedì, 26 ottobre 2009
Postato da biancabalena






Tra i miei sogni ricorrenti, c'è quello di perdere le scarpe. Stanotte ero alla stazione, in attesa di un treno, che però mi dimenticavo di prendere. In compenso mi accorgevo di aver perso le scarpe. Correvo allora, su e giù per i binari e le sale di attesa, in cerca delle mie ballerine, ma non le trovavo. Alla fine, scalza, prendevo un treno per la direzione sbagliata.



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mercoledì, 21 ottobre 2009
Postato da biancabalena

Note dublinesi - Edvard Munch Prints alla National Gallery (Appunti sparsi e profani)

Edvard Munch, il pittore dell'angoscia. Shopenhauer  dichiara, nella “Philosophie der Kunst” che il limite della capacità espressiva di un pittore potesse essere la sua impossibilità di riprodurre il suono di un grido, e Munch invece gli dimostra che si può far gridare una tela.
Munch, un uomo profondamente segnato dalla morte e dal rifiuto, dall’amore non corrisposto. Le sue giovani donne sono sognatrici, pudiche, guardano il mare. Le donne nel pieno della maturità sessuale sfrontate, carnali, vampiresche. Bucano la tela, lo sguardo diretto a chi le guarda, come a dire “sono io il mare”.
Le vecchie invece portano il dolore delle ombre scure attorno agli occhi. Vedove, secche, fosche, al mare voltano le spalle, non riescono più a guardarlo.
La sensualità della sua Madonna è potente, stravolgente, magnifica. L' abbandono al piacere è nelle palpebre abbassate, nelle narici frementi, nei capelli massa viva, polposa, pulsante.




 
Gli occhi folli della modella con i capelli rossi sono straordinari e ambigui: è davvero Il Peccato, la strega, il potere oscuro del femminino, oppure un'anima fragile, persa nei labirinti della mente?




La litografia de L’autoritratto davanti a una bottiglia di vino mi inchioda i piedi al pavimento. La trovo ancora più straordinaria del quadro omonimo (che ho visto solo in foto, però), in cui i colori e gli effetti sullo sfondo già trasmettono l’angoscia e la vertigine di fronte all’abisso. Nella stampa, l’artista ha dovuto cercare per forza un’altra via, e l’ha trovata, io credo, ancora una volta negli occhi. Tanto è il dolore, la paura, nella nudità di quello sguardo, “fermato”a pochi giorni dal crollo nervoso.  Tu, impotente spettatore capisci che lo sta guardando arrivare, vedi il riflesso del mostro in quegli occhi.
È quasi intollerabile, stare ferma lì davanti a sostenere quello sguardo, eppure non riesco ad andare



« Come Kafka, anche Munch non cessa mai di sentirsi misteriosamente colpevole e perseguitato dai propri spettri. E nei suoi quadri non farà altro che "scrivere" e "riscrivere" la sua vita: un'autobiografia dell'anima per immagini, o meglio un'anatomia delle catastrofi dell'Io, impridente nell'intensità, provocante nei mezzi. Chi guarda sbatte contro quell'ansia e vi riconosce la propria: non vi è dubbio che tra i pittori, Edvard Munch è colui che più di ogni altro, ha saputo dare volto alla psiche moderna. »
(E. di Stefano - Munch – 1994)
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venerdì, 16 ottobre 2009
Postato da biancabalena

Luce
È da tanto che non mi capita più di sognare l’azzurro sfacciato dei tuoi occhi, il suono della tua risata, il tuo profumo che, sono certa, saprei ritrovare in mezzo a una folla (sì, lo so, me l’hai detto così tante volte di non usare profumo, eppure). Per molto tempo è andata avanti, lo sai, a molti anni dall’ultima volta che ci siamo incontrati, e molto dopo l’ultimo contatto via e-mail, e molto, moltissimo dopo che avevamo smesso di cercare un modo, una via, un’alchimia che ci permettesse di stare bene insieme, non come quando eravamo amici, non come quando le nostre bocche e le nostre mani si trovavano, ma nel tempo in mezzo, nel tempo diverso che doveva trovare un ritmo, doveva trovare parole, sguardi, risate nuove, o forse no, forse la soluzione ce l’avevamo sotto gli occhi, e non l’abbiamo riconosciuta. Tant pis, tant mieux, chissà.
Ho continuato a sognarti, comunque. A distanza di settimane o mesi, ma per molti, molti anni. Anche se il tuo pensiero era ormai sparito dai miei giorni, sei tornato, puntualmente, a visitare le mie notti.
E oggi che ti ho rivisto, che ho creduto di vederti, io a piedi tu in macchina, chiuso nel traffico - è possibile, possibile che fossi davvero tu? Difficile, ma di certo non stavo pensando a te, e di certo ho incontrato uno sguardo che sembrava dubbioso, ma insistente, per un attimo, troppo poco – tutto torna ad avvolgermi, un ricordo dolce e pacificato, un ricordo che non è mai stato davvero feroce, la tua resistenza rabbiosa alla tristezza, il tuo essere sempre allegro o furioso, la tua incapacità di stare fermo, la tua risata da bambino, la luce straordinaria che dai tuoi occhi poteva illuminare una stanza o lanciare fiamme di odio puro come non mi è mai più capitato di vederne, tutto questo ancora vibrante e vivo, l’onda di emozione, ancora, mi dico che non è cambiato niente, che se anche non dovessi vederti più – facile che sarà così – resti sempre tu, il mio più bel rimpianto.
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mercoledì, 14 ottobre 2009
Postato da biancabalena




Il tramonto a 10000 metri è una colata di fuoco tra il blu elettrico del cielo e la terra grigioazzurra, punteggiata dalle luci delle cittadine inglesi ben distanziate, nella campagna. Sembrano ragnatele di oro rosso, raffinati medaglioni di filigrana, leggerissimi, effimeri.
P. legge il mio giallo, mentre io ho appena finito l’ultimo di Lidia Ravera.
Leggi la Ravera, vorrei dirgli, che scrive meglio di me. Se lo facessi riderebbe, o lo prenderebbe come un atto di (falsa?) modestia. Invece no. A volte le motivazioni sono così semplici, se non fossimo noi a mescolare le carte, a barare sui risultati dei nostri test, anche quelli scemi delle riviste femminili o di facebook, come se farci dire da uno stupido prestampato che siamo sexy e spregiudicate, invece che timide e represse potesse davvero trasformarci, o aiutarci a cavarcela in modo brillante ogni volta che uno sconosciuto cerca un approccio al bar, invece che sentirci in trappola e cercare la fuga.
Mentiamo sempre, e quel che è peggio, spesso lo facciamo gratis, senza nemmeno la prospettiva di ottenere qualcosa in cambio, e senza un pericolo da cui doverci salvare.
Ogni uomo mente, disse Wilde, ma dategli una maschera e sarà sincero.
Ecco, amore mio, stai leggendo una delle mie molte maschere, nemmeno la meglio riuscita. Là ci sono verità che tu, tu meglio di tutti, già conosci. Non tutte, alcune, altre crederai siano finzione, e alcune finzioni le prenderai per verità. Questo è il gioco, sì che lo sai.
Poter dire tutto, potrei dire tutto, ma non vale molto, una verità che non sai sostenere con lo sguardo, con i fatti. Parole, parole, parole.
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martedì, 13 ottobre 2009
Postato da biancabalena

Note dublinesi - Il musicista di Grafton StreetUn musicista in Grafton Street, con il suo cane e la sua chitarra. Canta “Somewhere over the rainbow” e come sempre questa canzone mi stringe un nodo in gola. Mi fermo, inevitabilmente, ma la canzone finisce e io non me ne vado, anche se non conosco la successiva, e nemmeno quella che ancora segue. Ma ancora non mi decido a riprendere il cammino.
E mi accorgo che non sono la sola, bloccata lì per misteriose ragioni. La strada è piena di musicisti, molti sono bravi, molti sono accattivanti, ma solo davanti a questo c’è una vera folla. Ha una bella voce, ma non è il solo, questo non basta a spiegare la presenza di tutte queste persone, ferme così a lungo, persone che stavano passeggiando, come noi, turisti, ma anche persone con la borsa della spesa, madri con i bambini, giovani con lo zaino, non spiega la processione ininterrotta di persone che si avvicinano e lasciano cadere monete nella custodia aperta della sua chitarra, o tutti quelli che acquistano il suo cd, cinque euro per 17 pezzi, e non sanno nemmeno quali.
Perché si avvicinano, uno dopo l’altro, perché sentono il bisogno di andargli vicino, di chinarsi per una carezza al meraviglioso cane color cioccolato, per togliersi di tasca qualche soldo da donargli?
Perché resto inchiodata qui, davanti a questo giovane uomo in felpa grigia, al suo cane e alla sua chitarra, perché sorridiamo tutti, perché questo particolare angolo di strada vibra di qualcosa a cui riesco solo, riduttivamente, a dare il nome di poesia?
Non so spiegarmelo, e intanto si fa tardi, e non mi sono decisa a vincere la timidezza, ad attraversare il semicerchio vuoto, ad avvicinarmi sotto agli occhi di tutte queste persone, a sollevare la testa del cane che nel frattempo si è sdraiato all’interno della custodia della chitarra, a sfilare un cd da sotto il suo muso e a lasciargli i miei cinque euro, per le sue 17 canzoni.
Così me ne vado, senza CD (mi dico che lo prenderò al ritorno, ma naturalmente quando ripasserò, più di un’ora dopo, il musicista sarà già andato via) e con le mie domande in tasca.
Dopo qualche tempo che camminiamo, P. mi dice che il musicista gli ha fatto pensare a un pugile, per le mani, dice, e la corporatura. Ci penso, a me ha fatto pensare a un uomo gentile, perché solo le persone gentili hanno cani felici, e quel cane sorrideva.
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domenica, 11 ottobre 2009
Postato da biancabalena

Chi, essendo amato, è povero?Io non lo so, caro Oscar. Forse nessuno, ma mi sa che non è quello, il punto della questione. Forse invece potrebbe essere: chi, pur non essendo povero, si accontenta di quello che ha? O anche, se vogliamo: quanto è grande il bisogno di amare, quanto quello di essere amati?
Perchè ci specchiamo in ogni vetrina, e non ci accontentiamo di guardarci una sola volta, prima di uscire, nel comodo e familiare specchio della nostra camera da letto? Perchè abbiamo tanto bisogno di quell'immagine, del nostro riflesso, come se ne andasse della nostra esistenza, persino del nostro diritto di esistere?
La fame d'amore è fame di esistenza, di vita. Ci cerchiamo in quanti più occhi riusciamo ad attirare, ci cerchiamo e se ci troviamo belli, se ci troviamo accettati, ammirati, desiderati, cominciamo a esserlo. Attiriamo altri sguardi, questa volta senza cercarli.
I cibi più allettanti ci vengono sempre offerti quando siamo già sazi. Mentre quando siamo affamati sul nostro piatto cadono solo le briciole, briciole che, quando ci sono o anche no, noi sappiamo fare lievitare, con il potere di una disperata immaginazione, fino a vedere soffici torte di mele appena sfornate, succulenti frutti maturi, un banchetto allestito proprio per noi, con i nostri piatti preferiti, ne sentiamo anche il profumo, persino il sapore. Accade, e il gusto sciapo di pane vecchio lo seppelliamo sotto la glassa della fantasia, oppure resta come un retrogusto spiacevole di cui fingiamo di non accorgerci, o non ce ne accorgiamo, come un alcolizzato non si accorge se il vino che sta buttando giù sa di tappo.
Quella per l'amore è sempre una guerra tra poveri.
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martedì, 29 settembre 2009
Postato da biancabalena



E ho pensato, dentro a quel bar dove alla fine i suonatori non si sono presentati, ho pensato Dio mio guardaci, non abbiamo più niente da raccontarci. E il nodo si è stretto alla gola, e mi è parso di affogare nella birra amara che buttavo giù contro voglia, a sorsi caparbi, guardandoti mentre tu non mi guardavi, mentre non guardavi niente, perso in chissà quali pensieri, o rammarichi per suonatori assenti, per feste finite e lanterne ammucchiate in un angolo.
Con il respiro corto un po’ ti guardavo, perché capissi e mi salvassi, un po’ giocavo con i capelli a coprirmi la faccia, con gli anelli alle mie dita, con il vetro appannato del bicchiere, per sembrare più distratta che disperata, per nascondere a sguardi estranei la mia voglia di gridare.
Dio, non abbiamo più niente da dirci. Se fossero venuti i suonatori, se avessero spostato le poltrone negli angoli per lasciare spazio per ballare, se avessero acceso le grandi lanterne bianche sulla terrazza e poi sul pontile, fino al pelo dell’acqua, se avessero gettato giù le lampare, se ci fosse stata gente e musica, se avessi potuto alzarmi e mettermi a ballare, sfiorando occhi e sguardi sconosciuti, cercando come sempre i tuoi, se avessi potuto strizzarti l’occhio in mezzo alle teste, e venirti vicino e accarezzarti con i fianchi e con le mani, e ridere e baciarti, non l’avrei scoperto, non l’avrei pensato, mai, o chissà per quanto, che non avevamo più niente da dirci.
Ho finito il mio bicchiere con le mani gelate e gelo nella pancia, hai detto che vuoi fare, ho detto andiamo via. Andiamo via, anche se doveva essere la nostra serata dopo tanto, anche se mi sono messa i tacchi alti e la camicia nera di seta e lo smalto alle unghie, andiamo via perché i suonatori non sono venuti, e ho troppa paura di scoprire per quanto tempo può allungarsi il nostro silenzio.
Fuori si era alzato un vento freddo di bora, eppure ho cominciato a scaldarmi, aggrappata a te, per le strade. Per le strade, essere parte di un qualcosa in movimento, di un palpitare di pensieri e passi e amori e rabbia e risate e solitudini intrecciate, ritrovare le parole, di colpo, dove sono sempre state, parlarti dell’Africa, senza nessuna ragione o appiglio, come siamo finiti a parlare dell’Africa?, non ricordo, forse il tuo fianco caldo contro di me, dirti delle stelle in Africa che non sono come qua, nemmeno un po’. Vorrei che capissi che devi andarci in Africa, non è un capriccio, quel cielo lo devi vedere, è come trovarsi un lenzuolo troppo vicino alla faccia, è un senso di affanno, quasi, trovarsi sopra al naso quelle stelle enormi che non ho mai imparato a riconoscere.
Mi mostri il Grande Carro, come la prima volta che uscimmo insieme, come ogni volta che parliamo di stelle, tu mi mostri il Grande Carro e mi dici vedi, è là, e io sì, lo vedo, ma tanto lo so che non lo saprò mai ritrovare.
Parlare in macchina, sul sottofondo di una cassetta di Ligabue di chissà chi, una cassetta, sì proprio una cassetta, trovata nel portaoggetti di questa macchina in prestito.
Spegnere il motore e restare a baciarci, e ridere dicendoci, peccato, davvero, che stasera i suonatori non siano venuti.
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